Il ruolo della memoria nell’interrogatoio

wilde-memoriaAltro fattore di indiscussa rilevanza che diviene protagonista sulla scena inquisitoria è di sicuro la Memoria, la capacità, cioè, di immagazzinare e di avere accesso ad esse. Non è una singola funzione, ma un insieme di sistemi interconnessi. Tutti i processi cognitivi legati ad un lavorio mnemonico comportano, specie nell’intervistato, una serie di “sforzi” che possono condurre ad una alterazione dello status. Come si vedrà, è quasi impossibile riuscire – in particolar modo quando il possibile reo tenta di mentire – tener sotto controllo tutto il contesto nel quale si è immersi, anche se si tratta di avere un controllo sulla propria persona. Tale complessità nei processi di ricordo può risultare evidente se si tiene conto di come, di per se, sia composta la nostra Memoria e di quanto vari possano essere tra loro i processi cognitivi che la caratterizzano. Questa si compone infatti dei cosiddetti Registri Sensoriali, che non sono che la primissima fase elaborativa di “immagazzinamento” informazioni, e tale processo non dura che pochissimi secondi. Si passa poi ad una successiva Memoria a Breve Termine ed una Memoria a Lungo Termine, i quali si occupano rispettivamente di assimilare eventi per qualche secondo e addirittura ricordi che possono rimanere fissi nella mente per tutta la vita. La MLT infine si articola a sua volta in Memoria Episodica, Memoria Semantica e Memoria Procedurale. Come sottolineato, il tipo di coinvolgimento emotivo nel reato, sembra influenzare la qualità stessa del ricordo e quindi l’efficacia e la veridicità di quanto si viene proferito in sede interrogatoria, specie quando si tratta di dover ricordare e “confessare” particolari minuziosi come, per esempio, il rivelare il colore degli occhi di un eventuale colpevole. Tendenzialmente, quello che quotidianamente portiamo a Memoria, passa dai nostri occhi, è ciò che vediamo che più ricordiamo. Per questo, che sia attendibile o meno, qualsiasi dichiarazione, informazione e testimonianza oculare ha sempre un peso fondamentale. Cattel (1895) chiese ai suoi studenti che tempo vi fosse una settimana prima del test (nevicava). Sui 56 studenti che risposero al quesito, solo 7 riferirono che aveva effettivamente nevicato. Come successivamente sottolineò, “la gente non è in grado di dire che tempo ha fatto una settimana fa, meglio di quanto sia in grado di dire che tempo farà tra una settimana”. L’Obiettivo dell’interrogante è infatti quello di ottenere una Confessione il più possibile dettagliata dei fatti e delle responsabilità di ogni attore coinvolto, basandosi su requisiti essenziali come la veridicità e la dimostrabilità dei risultati ottenuti. Cattel, inoltre, notò come le nostre prestazioni mnemoniche sono scadenti anche quando cerchiamo di richiamare alla mente particolari che vediamo o con i quali abbiamo quotidianamente a che fare e che, quindi, tendiamo a sottovalutare. Non si può infine non considerare l’influenza dello stato emotivo. La vivacità degli stimoli ha un forte impatto sui nostri processi mnestici (un viso percepito come “arrabbiato” verrebbe riconosciuto più velocemente rispetto ad un viso neutro). Di fronte ad esperienze stressanti, le persone possono distorcere il ricordo: vivere un’esperienza pericolosa genera un’iperattivazione e ciò comporta un’esagerazione delle percezioni. Esperienze molto traumatiche possono anche generare stati di dissociazione con il mancato ricordo dell’accaduto, sotto forma di Amnesia Retrograda o Dissociativa. Altro esempio è dato dal Retrivial Induced Forgetting, quel tentativo cioè del cervello di inibire il recupero di eventi particolarmente dolorosi. Un forte stress od una dinamiche inconsueta che può urtare la sensibilità del testimone, potrebbe inconsciamente fiaccare i processi di memoria dello stesso. Per questo, la Violenza, può essere una dinamica di “disturbo” per il soggetto interrogato, in quanto – si presume – non consuetudinaria come esperienza. Uomini e donne ricorderanno infatti meglio i particolari di crimini senza violenza rispetto ai crimini violenti. E ancora, la presenza di un’arma distrae maggiormente l’attenzione della vittima che non avrà cosi modo di prestare attenzione ai altri particolari ben più importanti come per esempio la fisionomia del colpevole. E’ evidente come, di fatto, ciò che ricordiamo è frutto di un miscuglio di ciò che abbiamo visto e di ciò che abbiamo successivamente pensato. La Memoria è ricostruttiva, non riproduttiva. Ad avvalorare tale concetto, un ulteriore supporto è dato dall’osservazione circa l’abilità nel riconoscere un volto. Molte persone riconoscono meglio i visi a livello cognitivo, ma non nella memoria verbale. Qualcuno ha ipotizzato, addirittura, che la Memoria di facce abbia uno “spazio specifico” nel cervello (es. Prosopagnosia). Una faccia capovolta, per esempio, è molto più difficile da riconoscere rispetto ad un oggetto, come inoltre risulta di difficile interpretazione un’espressione emotiva di un volto rovesciato. Per poter percepire e ricordare, infatti, una faccia umana, si suggerisce di estrarre i vari elementi e di caratterizzarli sinteticamente. Tale concezione risale a Leonardo da Vinci nel suo “Trattato della Pittura”, in cui specifica di dividere la faccia in quattro parti principali: Fronte, Naso, Bocca e Mente. Ancor più difficile sarebbe per l’interrogato, riuscire nel tentativo di riprodurre quel volto graficamente, riuscendo per di più a trasferire all’esterno della propria memoria una somiglianza. La Scuola Investigativa Americana, a supporto dei testimoni o delle vittime, affianca il modello del Confronto, considerato un processo di enorme efficacia pratica. La persona sospetta, nello specifico, è presentata assieme ad un certo numero di persone dall’aspetto simile, cosi che al testimone oculare possa essere chiesto di riconoscere il presunto criminale. Si attiva cosi la cosiddetta Traslazione Inconscia, la quale faciliterebbe il processo di associazione. Inoltre, l’interrogante non può non tener conto del fatto che ogni singolo individuo adatta i propri ricordi in base a schemi personali che possono, comunque, distorcere la memorizzazione secondo i processi di:

  • Interferenza Retroattiva
  • Interferenza Proattiva

Ciò può condurre facilmente il testimone a riprodurre dei Falsi Ricordi. Questi si riferiscono a minimi particolari di un evento e quasi mai riguardano interi eventi. Ulteriori difficoltà riscontrabili nella fase di ricordo, è data dalla tempistica che intercorre tra l’evento e la sua esposizione dei fatti. Le performance di memoria, infatti, peggiorano man mano che ci si allontana temporalmente dall’evento. Più tempo passa, più diventiamo sensibili alle domande suggestive. Per questo il tempo di esposizione ad un evento (codifica) diventa un probabile fattore di rischio di falsi ricordi. Prima dunque di passare alla vera e propria fase di estrapolazione delle informazioni, è bene comprendere la tipologia del Reato e l’eventuale psicopatologia dell’offender. Soggetti che per esempio compiono reati sessuali sono affetti spesso da disturbi di personalità con meccanismi di disimpegno sociale e negazione. Di fronte ad una personalità paranoide, invece, potrebbe risultare efficace una prassi che evita di incentivare la sospettosità. Con un soggetto che presenta una personalità antisociale converrebbe avere un quanto più misurato controllo della Prossemica. Al contrario un offender disorganizzato potrebbe preferire avere di fronte un interrogante che si dimostri empatico nei suoi confronti, che minimizzi alcuni comportamenti, favorendo piuttosto una libera narrazione. Infine in presenza di un offender al contrario piuttosto organizzato, sarebbe utile considerare il fatto che molto probabilmente l’interrogato sarebbe abile nel gestire lo stress dell’interrogatorio. Per riuscire nello scopo, l’investigatore – o interrogante che dir si voglia – non può non tener conto di alcune regole basilari che di sicuro agevolerebbero la fase della raccolta delle informazioni.

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