Strategia e tecniche di investigazione nei casi di violenza sessuale.

immagine espositoPremessa (doverosi cenni tecnici per studenti esigenti)
La collocazione temporale e logica delle indagini alla fase pre-processuale è indicata altresì dalla loro aggettivazione “preliminari”. Il momento preliminare deriva dal fatto che le indagini sono necessarie per raccogliere tutti quegli elementi basilari all’esercizio dell’azione penale da parte del Pubblico Ministero. Alla figura del P.M., da non confondersi con l’accusa nel sistema statunitense, a cui è sostanzialmente delegato il compito di coordinare la polizia giudiziaria nell’espletamento delle indagini preliminari nonché – appunto – la direzione delle indagini predette. All’esito delle indagini e sulla base di esse viene formulata l’imputazione che è l’atto che dà il via al processo. Solamente nel processo si trasformeranno (eventualmente) in prova le risultanze delle indagini preliminari che ivi saranno prodotte, formate in contraddittorio tra le parti (accusa e difesa), verificate ed acquisiste. P rima del processo non si hanno prove di rango giurisdizionale proprio poiché tali elementi sono frutto di una iniziativa di parte (il PM) per lo più segretata, spesso priva del contributo (spontaneo e consapevole) dell’indagato e, soprattutto, in difetto del vaglio del Giudice. Le indagini preliminari, pertanto, producono non già prove tecnicamente intese ma elementi di prova di tipo investigativo. Ma quali sono i principi dell’investigazione propriamente intesi? Quali le caratteristiche di tale determinante e sempre più complessa attività? Quali i presupposti necessari per un’indagine? Le risposte a tali determinanti domande devono essere assolutamente chiare per il difensore e per l’indagato al fine di organizzare una corretta “replica” all’attività degli inquirenti ed anche – con uguale importanza – al fine di predisporre una corretta linea investigativa difensiva. L’investigazione consiste di tutte quelle iniziative ed azioni che le Forze di Polizia pongono in essere per l’accertamento di verità o per l’acquisizione di conoscenze in relazione al conseguimento dei fini istituzionali. Tale attività è messa in atto non già da una sola persona, a differenza di quello che spesso la televisione rappresenta! Ma da una equipe preparata che può contare sull’utilizzo di strumenti, mezzi, conoscenze ed esperienze passate che interagendo tra di loro e con il coordinamento del PM si impegnano per il raggiungimento di un risultato comune. E qui occorre subito fare una precisazione: il risultato NON deve essere la costituzione di un coacervo accusatorio a carico dell’indagato; bensì il vaglio di TUTTI gli elementi inerenti la fattispecie criminosa per l’individuazione del responsabile che potrebbe anche NON essere colui al quale inizialmente il reato è attribuito. A questo riguardo si considera che il Codice di procedura Penale specifica che il Pubblico Ministero ha l’obbligo istituzionale di individuare e ricercare anche gli elementi a favore dell’indagato/imputato (art. 358 comma 1 c.p.p.: il PM è un organo di Giustizia e non semplicemente una parte del procedimento penale). L’indagine è (o dovrebbe essere) collegata a situazioni e circostanze proprie che non è possibile (e sarebbe un errore) ritenere uguale a casi simili. Al di là delle apparenze NON esistono casi simili, poiché in ogni circostanza umana che potrebbe anche essere un reato variano i fatti storici oggetto di indagine. Una supposta violenza sessuale può essere attuata in molteplici azioni ed in molteplici contesti come possono essere molteplici i rapporti che legano vittima e presunto sex offender.
Parti dell’indagine preliminare
– coloro che svolgono le indagini. Le capacità e l’esperienza degli investigatori muta radicalmente da operatore a operatore e, spesso, la fama non è giustificata dai risultati materialmente ottenuti. Così come la fama di molti avvocati difensori;
– coloro che sono oggetto dell’indagine. Ovvero indagato, persona offesa e, per certi aspetti, anche testimoni.
L’esame della scena del crimine
L’esame della scena del crimine deve prendere in considerazione esigenze spesso tra loro contrastanti: le strategie investigative dell’accusa, le necessità della difesa, l’estenuante ricerca di un risultato affidabile in considerazione dell’attitudine delle ‘investigazioni scientifiche” a divenire vera e propria prova. Il dato normativo vigente, alquanto carente e talvolta oscuro, incoraggia l’attività di supplenza della giurisprudenza che, lungi dal fornire soluzioni stabili e chiare, genera situazioni di incertezza e frequenti disparità di trattamento. Si impone, pertanto, una maggiore attenzione da parte del Legislatore, tradizionalmente poco interessato alle dinamiche di tali attività e delle loro implicazioni tecnico-giuridiche. Occorrerebbe, invece, rapportarsi alle esperienze di altri ordinamenti ed alle iniziative avviate a livello europeo dagli esperti del settore per trarne preziosi spunti. Tutto questo al fine di risolvere i nodi interpretativi e le difficoltà applicative degli investigatori sulla scena del crimine. L’art. 354, comma 1, c.p.p., com’è noto, attribuisce ad ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria il compito di conservare le tracce e le cose pertinenti al reato e di preservare da ogni mutazione lo stato dei luoghi e delle cose fino all’intervento del pubblico ministero. Un intervento (immediato) pertanto essenzialmente conservativo e di supporto alla successiva presa in carico del caso giudiziario da parte dell’organo dell’accusa, che tuttavia non si esaurisce nelle attività che l’immaginario collettivo – plasmato dai media e dalle fiction in materia – sintetizza nella delimitazione della scena del crimine con il classico nastro bicolore. È la stessa disposizione, al comma 2, a richiedere che in caso di pericolo di alterazione, di dispersione o di modificazione di cose, tracce e luoghi del reato gli ufficiali di polizia giudiziaria compiano i necessari accertamenti e rilievi sullo stato dei luoghi e delle cose, qualora il pubblico ministero non possa intervenire tempestivamente ovvero non abbia ancora assunto la direzione delle indagini. Così delineato il nucleo essenziale dell’art. 354 c.p.p., irrobustito dall’interpolazione relativa a dati, informazioni, programmi e sistemi informatici operata dalla l. 48/2008 e tesa ad assicurarne la conservazione, a impedirne l’alterazione e l’accesso e a favorirne l’immediata duplicazione, e chiuso dalla previsione – ampiamente adoperata nella prassi per assicurare reperti ed elementi probatori di vario genere – del sequestro “se del caso” del corpo del reato e delle cose a questo pertinenti, occorre precisare che dette attività rientrano nella più generale previsione di cui all’art. 348 c.p.p. Quest’ultima norma, nell’enumerare le funzioni di polizia giudiziaria espletabili anche dopo la comunicazione della notitia criminis all’autorità giudiziaria, richiama tra le altre quella assicurativa delle fonti di prova, che si traduce nella raccolta di “ogni elemento utile alla ricostruzione del fatto e alla indicazione del colpevole” (art. 348, comma 1, c.p.p.). Ciò nella ricerca “delle cose e delle tracce pertinenti al reato” e nella “conservazione di esse e dello stato dei luoghi” (art. 348, comma 2, lett. a) c.p.p.). È un siffatto scenario normativo che fa da cornice ad un fenomeno oggetto di nuovi studi qual è l’esame della scena del crimine ed è quindi a esso che ci si deve riferire per analizzare adeguatamente le esigenze dell’accusa legate all’accertamento.
Un caso specifico, la procedura di indagine nei casi di violenza sessuale:
La procedura medica in caso di violenza sessuale richiede il cosiddetto protocollo anti-stupro a cui le vittime vengono sottoposte dopo l’arrivo in ospedale. La vittima di reati violenti ha il bisogno primario di incontrare personale esclusivamente femminile, preparato ad affrontare tematiche di questo tipo, attente ad accogliere la donna e anche a poter affrontare aspetti propriamente forensi della vicenda. Ciò che presuppone l’accoglienza è un luogo che garantisca riservatezza nella fattispecie un camper o comunque un mezzo di primo soccorso, il tempo a disposizione della donna, una disponibilità all’ascolto da parte del personale medico e non solo. Evitando domande intrusive sulla vittima stessa, la mancanza assoluta di giudizio di qualsiasi genere, la restituzione alla vittima del suo valore di persona. E’ importante che la vittima abbia la possibilità di scegliere che cosa vuole dire. L’invio successivo verso una casa di accoglienza o la presa in carico da parte di un centro anti-violenza sono scelte che la vittima è libera di compiere con il supporto di una psicologa specializzata in casi di violenza.
COSA PREVEDE IL PROTOCOLLO ANTISTUPRO?
1) Scheda anamnestica.
2) Esame obbiettivo fisico e psichico.
3) Raccolta di documentazione fotografica.
4) Esecuzione di prelievi.
5) Conservazione di indumenti anche intimi e di materiale biologico.
6) Procedura per una “corretta custodia”.
IN TEMA DI ANAMNESI DELLA VIOLENZA SESSUALE
Devono essere riportati: data, ora anche presunta e luogo dell’aggressione/numero degli aggressori, conosciuti o no, eventuali notizie sull’aggressore/presenza di testimoni/minacce e eventuali lesioni fisiche/furto, presenza di armi, ingestione di alcolici o altre sostanze/perdita di coscienza/sequestro in ambiente chiuso e per quanto tempo?
Se la vittima è stata spogliata integralmente o parzialmente/se c’è stata penetrazione vaginale e/o anale e/o orale unica o ripetuta/se c’è stata penetrazione con oggetti/se è stato usato un preservativo/avvenuta eiaculazione manipolazioni digitali.
ESAME OBIETTIVO
Importante riportare: tempo trascorso tra la violenza e la visita/precedenti visite presso altri operatori o presidi sanitari/pulizia delle zone lesionate o penetrate/cambio degli slip o di altri indumenti/minzione, defecazione, vomito o pulizia del cavo orale, secondo le diverse modalità della violenza. (Importante!) previo consenso della vittima vanno segnalati i rapporti sessuali intercorsi prima o dopo l’aggressione per una eventuale successiva tipizzazione del DNA dell’aggressore.
ESAME ISPETTIVO EXTRA-GENITALE
Vanno cercate su tutta la superficie corporea, descritte e possibilmente documentate fotograficamente, tutte le lesioni presenti specificandone l’aspetto, la forma e il colore, la dimensione e la sede. Le lesioni più comuni possono essere di tipo contusivo (ecchimosi, escoriazioni, lacerazioni e fratture), dovute all’urto di una superficie corporea con una superficie piana o ottusa oppure essere provocate da un’arma. Le ecchimosi sono lesioni “chiuse” che si manifestano come una discolorazione (il colore varia a seconda dell’epoca di produzione e va da rosso-blu per le più recenti a verdastro, a marrone e infine giallo per le più vecchie) dovuta alla rottura di vasi sottocutanei che provocano una infiltrazione dei tessuti. La modalità di produzione di tale rottura può: essere per compressione (es. un pugno), per suzione (es. un succhiotto), o per strappo (es. un pizzicotto). Variano di dimensioni, a seconda della superficie contundente e possono riflettere la forma dell’oggetto, per esempio, se piccole e tondeggianti possono essere attribuibili a dita, a seguito di afferramento violento o, se più grandi, a pugni, calci o urti contro il suolo. Le escoriazioni implicano una perdita di sostanza cutanea dovuta all’effetto di frizione di una superficie ottusa contro il corpo. L’irregolarità della superficie e la forza applicata si riflettono nella profondità della lesione. Escoriazioni lineari, parallele e superficiali possono rappresentare graffi, mentre vaste escoriazioni su dorso e glutei possono indicare il trascinamento del corpo su una superficie. L’evoluzione delle escoriazioni avviene attraverso la formazione di croste sierose, sieroematiche e ematiche. Le lacerazioni sono delle soluzioni di continuo della cute solitamente a margini irregolari spesso associate a ecchimosi e escoriazioni. Le lacerazioni si distinguono dalle lesioni da taglio (inferte con un’arma bianca) per i margini irregolari e poco netti e per il fondo della lesione, che spesso presenta ponti e briglie. Quando la discontinuazione interessa il tessuto osseo prende il nome di frattura. Nei casi di violenza sessuale le lesioni coinvolgono più frequentemente il capo, il collo e le estremità (tipiche ad esempio le ecchimosi sulla superficie interna delle cosce, dovute alla forzata divaricazione degli arti inferiori). Possono riscontarsi segni di morsi, sotto forma di ecchimosi o di escoriazioni in base agli elementi dentari rappresentati e alla forza esercitata, o di franche lacerazioni. Nei casi di morsi è possibile, attraverso tamponi, prelevare materiale genetico dell’aggressore o rilevare forma e dimensioni dell’arcata dentaria dell’aggressore. Nei casi di sospette fratture, anche pregresse è naturalmente necessario ricorrere a radiografie.
A cura del dr. Francesco Paolo Esposito – Criminologo

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